MEDEA

DOMENICA 22 NOVEMBRE 2015 – ORE 17.00
Teatro Comunale di Dozza

Via XX Settembre, 51 – Dozza (BO)
Rassegna PERSONAE – Percorsi Teatrali
MEDEA

Liceo Classico “Rambaldi” di Imola
Compagnia Teatrale della Luna Crescente – Cooperativa Le Tre Corde
con: Maria Castellani, Luca Cesani, Emma Gardi, Arianna Marani, Francesco Masi, Gloria Menduni, Alexandra Muresan, Agnese Rensi, Angelica Lucia Ritucci, Marianna Tafuro, Laura Tranchini
regia: Corrado Gambi

La storia di Medea, principessa della Colchide, è una delle più cupe nell’universo del mito antico. Innamorata del greco Giasone, per lui tradisce il padre, uccide il fratello, abbandona la patria. Ma l’evento che la caratterizza in modo assoluto è quello che Euripide ha scelto di portare in scena nel suo dramma: l’uccisione dei figli, l’atto estremo con cui essa si vendica dell’abbandono di Giasone. Per questo gesto Medea si impone all’immaginario occidentale. La vicenda narrata da Euripide ha poi costituito un simbolo di ambiguità, che ha attraversato la storia della letteratura e del teatro, fino ai giorni nostri. In Euripide il personaggio conserva la sua “doppiezza” e rivendica, attraverso lo schermo del mito, la sua non appartenenza all’universo dei “valori umani”; in un’altra versione dell’antichità, quella di Seneca, si riversa ogni colpa sul personaggio cupo e malefico della maga straniera; le rielaborazioni moderne cercano invece di ancorare a una realtà comprensibile, ed entro certi limiti anche giustificabile, un gesto che di per sé e incomprensibile e ingiustificabile. Si fa strada così la figura di Medea vittima delle circostanze avverse e del destino, una tragedia dello “straniero” che anticipa le contraddizioni delle società multietniche (come nella versione del drammaturgo austriaco Franz Grillparzer), e poi quella di Medea straniera ed esule, esclusa e respinta dalla comunità che la ospita, che uccide i figli per sottrarli a una maledizione sociale e di razza per sottrarli a una persecuzione (come nella Medea di Corrado Alvaro): un percorso che tende ad alleggerire il peso della colpa chiamando in causa ragioni esterne, inevitabili e determinanti. Alla fine l’infanticidio appare dettato da “un’estrema necessità di proteggere e di amare”, da un esasperato (e “deviato”) senso di pietà materna, e rimane epilogo irreversibile e nodo irrisolto nella tragica storia di Medea. La versione del mito di Medea che Euripide portò in scena nel 431 a.C. dovette probabilmente costituire con la novità dell’infanticidio un evento di straordinario impatto sul pubblico. Se i tragediografi del secolo successivo, più propensi ad attirarsi le simpatie degli spettatori con finali meno sconvolgenti, tentarono un recupero di versioni più edulcorate, non riuscirono tuttavia a riproporre a lungo una vicenda dai contorni ormai sbiaditi. Le sfaccettature del personaggio sono tante e tali che Medea può essere vista, di volta in volta, come feroce e vendicativa assassina, come vittima di pulsioni interne incontrollabili, o anche come moglie così addolorata per l’abbandono del marito da arrivare a perdere ogni raziocinio. La grandezza del personaggio sta proprio nell’essere assai complesso, in una continua lotta tra la razionalità e le passioni. L’opera di Euripide è dominata dalla straripante e incontrastata personalità di Medea, donna fortemente emotiva e passionale. La donna esibisce un’ampia gamma di stati d’animo, che culminano negli omicidi della giovane sposa di Giasone e dei propri figli: atti caratterizzati sì da grande ferocia, ma non privi di dubbi e di tentazioni di desistere, talvolta manifestati nell’ambito della stessa scena, in un continuo alternarsi di propositi omicidi e di pentimenti. È la prima volta nel teatro greco in cui protagonista è la passione di una donna, una passione violenta e feroce che rende Medea una donna debole e forte allo stesso tempo. Forte perché padrona della sua vita e non disposta a piegarsi davanti a nessuno, e al tempo stesso debole perché sola, disperata ed intenzionata a distruggere tutto quello che rappresenta il suo passato. La Medea di Euripide diventò, “un punto di non ritorno”, costituendo il modello e il punto di riferimento dialettico per tutte le Medee della nostra tradizione occidentale. E così è stato anche per la nostra trasposizione teatrale!
Una vicenda ambientata nell’atrio di una stazione ferroviaria, tra viaggiatori in transito…
Una Medea in fuga… da se stessa e dal mondo… vittima e carnefice in primo luogo di se stessa… figura tragica, prima vessata e sfruttata da una società maschilista e razzista, e poi buttata via,  “sostituita” perché “ormai inutile”. Alla fine, questa Medea è un simbolo “perduto” che trova “soddisfazione e riscatto” nel compimento dell’atto più efferato che mente umana possa concepire. È una figura “contro”: contro i pregiudizi… contro il senso comune… contro l’ipocrisia… contro il senso di un perbenismo popolare troppo spesso alibi di altrettante tragedie domestiche e non… contro se stessa… Le hanno portato via il passato e il presente… lei si è preclusa qualsiasi futuro.
Non è forse questo un tratto drammaticamente accostabile a tante vicende nella realtà dei giorni nostri???

Il Liceo Classico “Rambaldi” di Imola insieme alla Compagnia Teatrale della Luna Crescente sono al quinto anno di collaborazione su un progetto di accostamento e rilettura dei classici del teatro greco e questo allestimento della MEDEA arriva dopo quelli di ANTIGONE (2011/2012), PROMETEO (2012/2013), LISISTRATA (2013/2014), replicati all’interno di stagioni teatrali tradizionali.

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