2 dicembre: Grido

Venerdì 2 Dicembre 2011 – ore 21
Teatro comunale di Dozza

proiezione del documentario
“GRIDO”
di Pippo Delbono

Presentazione e introduzione a cura di:
Corrado Gambi - Compagnia Teatrale della Luna Crescente
INGRESSO Euro 5,00

Pippo faceva economia e commercio all’università; la madre gli diceva che doveva trovare un lavoro vero e una bella ragazza come tutte le persone normali. Pippo non desiderava la vita noiosa, di routine, che i genitori volevano imporgli, così entra nell’aeronautica militare ma capisce che anche lì le regole non fanno per lui. La libertà la trova sulla scena, perché lo scricchiolio del palco è vero, le voci alterate dall’ampio spazio del teatro tornano indietro come echi leggeri, non sono mai spaventevoli, ma accarezzano l’udito, ti rendono sicuro di te.

Questa è la vera storia di Pippo Delbono, attore e regista (Grido è il suo secondo lavoro cinematografico) che per il teatro ha scelto di “tradire” l’amico Vittorio, al quale dedica il film. Metà piéce e metà documentario, Grido racconta per voce dello stesso autore gli anni di abusi che gli hanno causato una malattia incurabile, quella della mente. Ma l’attore non si è dato per vinto e ha trovato la salvezza attraverso un uomo ridotto in uno stato peggiore del suo, un “pazzo” rinchiuso in manicomio vero ad Aversa, Napoli, fino al giorno in cui alla fine degli anni ’90 è stato finalmente liberato. Da allora Bobò vive con Delbono ed è protagonista di sei spettacoli del regista, e quando il pubblico applaude lui torna in scena per prendersi l’affetto perduto. Il grido è quello che non uscirà mai dalla sua bocca (Bobò è sordomuto); è il grido dei reietti, degli emarginati, ai quali basterebbe “l’abbraccio adulto in un silenzio scenico visibile”, come canta Paolo Conte nel brano che scorre sui titoli di coda.
Grido è un viaggio autobiografico nella memoria del regista Pippo Del Bono, un percorso che ripercorre le tappe principali della sua vita accompagnato dai personaggi che ne hanno segnato il cammino. Considerato uno dei più importanti autori teatrali contemporanei, è venerato soprattutto all’estero dove ha calcato le scene dei più famosi teatri internazionali. Grido è prodotto sfruttando le tecnologie più avanzate del cinema digitale, con il contributo fondamentale di molti artisti che ne hanno arricchito l’impianto poetico e narrativo.

“In una società come questa l’artista ha perso il suo senso primario, adesso c’è gente che mette in scena testi, c’è una divisione del lavoro che ha fatto sì che l’artista sia sempre più isolato. È difficile rimanere artista, mentre l’artista è uno che fa un viaggio attraverso un non-conoscibile, non attraverso le sicurezze, ma attraverso le insicurezze, e andando attraverso le insicurezze il torbido lo scopri in te, e si avvicina alla follia, quando ti senti tu responsabile del mostro. È chiaro che fa paura, è una delle cose più terribili”. Dichiarazione rilasciata il 30 ottobre 2007, quando metteva in scena “Questo buio feroce”, da un panciuto e barbuto Pippo Delbono davvero senza peli sulla lingua. Potremmo appiccicare al teatro di Pippo Delbono moltissime etichette, forse la più azzeccata fra tutte è quella del “Teatro dell’assurdo”… Ma il teatro di Pippo Delbono non si può limitare a questo, perché ciò che vedi, ciò che ascolti e ciò che “senti” è qualcosa difficile da incasellare, diventa inclassificabile e provoca un misto fra bellezza fascinosa e sofferenza disturbata. Morti bianche, il male, la guerra, Frank Sinatra, uomini in mutande che ballano o cantano sul palco, la ThyssenKrupp, movimenti, maschere… Il mondo di Delbono è costituito da questi elementi che rappresentano le molte chiavi d’accesso a una realtà difficile da leggere. Perché la realtà… è un buio feroce.
Cresciuto in una normale famiglia italiana, ancora liceale, frequenta la scuola di teatro di Savona, dove conosce l’attore argentino Pepe Robledo, arrivato in Italia per scappare alla dittatura del suo paese. Soffocato dalle esigenze di normalità che la sua famiglia voleva imporgli, pensa di trovare una via di fuga nella vita militare e così si iscrive all’Aeronautica, ma capisce che anche quella vita, così rigorosa, non può che andargli stressa. Diventato grande amico di Robledo, agli inizi degli Anni Ottanta si trasferisce con lui in Danimarca, dove si uniscono al gruppo Farfa, diretto dall’attrice Iben Nagel Rasmussen, grazie al quale gireranno per l’Europa e poi il mondo. Delbono, in particolare, si specializza nelle tecniche dell’attore danzatore dell’Oriente. Tornato in Italia, comincia a lavorare al suo primo spettacolo teatrale “Il tempo degli assassini” (1987) che porta non solo in Italia, ma anche in molti carceri e villaggi del Sud America. Proprio in quegli anni, conosce la grande coreografa e ballerina Pina Bausch che, colpita da Delbono, lo invita a partecipare a uno degli spettacoli del suo Wuppertaler Tanztheater. Nel 1989, Delbono è di nuovo a lavoro come autore teatrale e firma “Morire di musica”, seguita nel 1990 da “Il muro” e nel 1992 da “Enrico V” di William Shakespeare. Nel 1995, mette in scena “La rabbia” dedicato a Pier Paolo Pasolini, seguito da “Barboni” che nel 1997 gli fa vincere il premio speciale Ubu “per una ricerca condotta tra arte e vita”, ricevendo anche il premio della critica nel 1998. A questi successi sul palcoscenico, si aggiungono “Itaca” ed “Her bijit” che verrà poi ripresa dai registi Francesco Cabras e Alberto Molinari. Il tutto con un allestimento che prevede la partecipazione di attori, operai, musicisti, ma soprattutto extracomunitari e rom, proprio perché è a coloro che sono socialmente emarginati che il teatro di Delbono parla. Nel 1998, porta a teatro “Guerra”, seguito da “Esodo”. Oramai, ha una compagnia tutta sua e può proseguire un percorso artistico intimo, ma anche allo stesso tempo collettivo che non si limita allo spazio del palcoscenico, ma usurpa anche la vita. Ed è proprio il documentario Guerra (2003), ispirato all’omonima piece teatrale, che gli fa vincere il David di Donatello per il miglior documentario. Verranno di seguito altri spettacoli teatrali carichi di innovazione scenografica, comunicativa, ma che soprattutto va aldilà del teatro: “Il silenzio” (2000), “Gente di plastica” (2002), “Urlo” (2004) e “Obra Maestra” (2007). Nel 2006, ritorna a tenere una cinepresa in mano e firma un altro forte documentario: Grido (2006), all’interno del quale racconta la sua vita, il suo bisogno di libertà, la sua grande amicizia e la sua convivenza con il sordomuto Bobò (un ex internato al manicomio di Aversa), il suo bisogno di stare dalla parte dei reietti.

I commenti sono chiusi.