8 novembre: TOTÒ E VICÈ

SABATO 8 NOVEMBRE 2014 – ORE 21
TEATRO COMUNALE DI DOZZA
Via XX Settembre, 51 – Dozza (BO)
Rassegna PERSONAE – Percorsi Teatrali

Teatro degli incamminati / Diablogues / Compagnia Vetrano-Randisi

“TOTÒ E VICÉ”

di: Franco Scaldati
regia e interpretazione: Enzo Vetrano, Stefano Randisi
disegno luci: Maurizio Viani
costumi: Mela Dell’Erba
tecnico luci ed audio: Antonio Rinaldi

Enzo Vetrano e Stefano Randisi hanno all’attivo una collaborazione che dura da quasi quarant’anni. La complementarietà, la dialettica, il confronto, sono la forma che hanno scelto per esprimere la loro poetica. Da qualche tempo si sono incontrati con Totò e Vicé, teneri e surreali clochard nati dalla fantasia di Franco Scaldati, poeta, attore e drammaturgo palermitano, e nelle loro parole, gesti, pensieri, giochi si sono subito specchiati.
Totò e Vicé sono legati da un’amicizia reciproca assoluta e vivono di frammenti di sogni che li fanno stare in bilico tra il mondo terreno e il cielo, in un tempo imprendibile tra passato e futuro, con la necessità di essere in due, per essere.

Il teatro, il vero teatro, il teatro che ti toglie il fiato con un nulla, il teatro che non distingue tra vivi e morti, il teatro che ti sfugge di mano e intanto però ti insegna il mistero dell’amore, il teatro che mette in scena due poveri cristi in una penombra di lumini e modeste luminarie e di fatto ti fa sentire l’insopportabile luce della felicità, il teatro che ti sembra logoro ed effimero e che al contrario ti riempe l’anima fino alla commozione più grata. Questo teatro l’abbiamo conosciuto come un miraggio in una notte in cui sono spuntati Enzo Vetrano e Stefano Randisi, valigia di cartone in pugno, a dire e ridire attorno a una panchina con disorientata bellezza le battute umanissime di Totò e Vicé…
Rodofo Di Giammarco – La Repubblica

Lo spettacolo è un vero capolavoro: quei due clown marginali, precipitati dal buio in uno spazio popolato solo da una panchina e da tanti lumini, parlano di vita, di smarrimenti, di fantasmi con l’ingenuità dei bambini o dei poeti… Sono morti? Sono vivi? Ci ricordano come quei confini siano labili, continuamente transitori. Con ritmi teatrali impeccabili ci fanno ridere un po’ acre. Ci fanno pensare. Sognare.
Massimo Marino – Il Corriere della Sera

http://www.diablogues.it/diablogues-toto-e-vice-stampa.htm

Ci sono pièce che fanno riaccendere la passione e l’amore per il Teatro, come se fosse la prima volta. Ci sono attori che riescono a trasmettere questa fiamma, l’anima di un’Arte troppo spesso ridotta a mero spettacolo per gli occhi, un intrattenimento fine a se stesso.
Enzo Vetrano e Stefano Randisi hanno incentrato la loro carriera su una ricerca teatrale originale, che parte dalla farsa per arrivare alle reinterpretazioni lucenti di testi pirandelliani. Ma nello splendido e imperdibile “Totò e Vicè“, Vetrano e Randisi mettono in scena due personaggi beckettiani, due clochard sovrapponibili, legati da un’amicizia fedele sospesa tra la vita e la morte, tra il sogno ed il reale. Totò e Vicè camminano senza una meta, l’uno è la bussola dell’altro. Avvolti nei loro cappotti sdruciti, credono nella necessità del pensiero per interpretare il reale, il presente. Sono lì, su una panchina solitaria, a porsi domande filosofiche, cercando risposte concrete e – quando le trovano – non riescono mai a risalire alla fonte, o se vogliamo all’autore, essendo personaggi di un testo. Sono in un cimitero, a stretto contatto con la Morte, il tempo è sospeso. Resta solo la Natura, il Creato, la Vita a dare speranza ai due sognatori («oggi il mare mi sembra un cielo con le stelle», dice Vicè a Totò): perdenti solitari che hanno trovato la loro dimensione condividendo assieme un pezzo della loro vita. Entrano in scena tenendosi per mano, per farsi forza in un mondo imprevedibile e contrario e svaniranno improvvisamente assieme. Un lavoro straordinario – scritto da Franco Scaldati nel 1992 – sulla nobiltà dei sentimenti, una lunga riflessione sull’esserci. Ma è la forza scenica dei due attori a dare maggiore spessore alla drammaturgia, sono le espressioni dei loro volti, la voce ingenua e screziata dagli anni di Vicè, la paura di doversi separare definitivamente. “Totò e Vicè” è un capolavoro di poesia e leggerezza, una pièce toccante, da non perdere, che disorienta lo spettatore sin dalle prime battute ma che, come giustamente ha scritto Rodolfo Di Giammarco su La Repubblica, «riempie l’anima fino alla commozione più grata».
Francesco Bove – C’è vita su Marte

Credo che oggi in Italia non esista una coppia teatrale come quella di Enzo Vetrano e Stefano Randisi, in grado di trasmettere al pubblico l’essenza del Teatro. Che è poi quella di far vivere in sala quello che i protagonisti vivono sulla scena. Una comunione che si instaura sin dal primo istante quando i due splendidi attori, pure registi, si muovono a piccoli passi chiusi nei loro cappotti sdruciti con in mano dei valigioni di cartone e prendono posto su una panchina di legno, colti poi a filosofeggiare sui più elementari (in apparenza) quesiti della natura, ricchi nonsense, di risposte impossibili, forrestgampiane quasi. « Se uno si mettesse a camminare dove potrebbe arrivare? ». Oppure: « Se le case fossero senza porte come si farebbe ad entrare?». O ancora: «Se non ci fossero Totò e Vicè chi saremmo noi?». Questi i loro nomi. Totò è Stefano Randisi e Vicé è Enzo Vetrano e il poetico testo Totò e Vicé è opera di Franco Scaldati, forse uno dei più belli dopo Il pozzo dei pazzi e Lucio, scritto e cucito addosso sui interpreti palermitani, come lo è lui del resto. Uno spettacolo che in ogni istante dei suoi sessanta minuti regala nobili sentimenti di amicizia e di solidarietà e in cui non c’è momento in cui l’uno faccia sentire all’altro di non essere solo né in questo né nell’altro mondo, quando entrambi si ritroveranno a vivere una vita forse solo sognata o solo immaginata. Uno spettacolo da non perdere, fatto di piccole cose, come quando Vetrano soffierà per far volare la sua stella forse solo una farfalla, o quando apparirà col capo illuminato da una piccola coroncina e dirà che “oggi è San Vincenzo e faccio il santo con l’aureola in testa”, esclamando poi che “oggi il mare mi sembra il cielo con le stelle”. A differenza di Vladimiro ed Estragone che sono lì ad aspettare chi non arriva mai, Totò e Vicé sono due clochard post-beckettiani che sembra si siano ricongiunti con il loro Godot, trovando nel sorriso e nei giochi più ingenui il modo di riappacificarsi con la vera natura del teatro, fatto di niente, solo d’una sfilza di lumini allineati lungo tutto il proscenio come era uso fare nella Commedia dell’Arte. Di grande effetto il disegno luci del compianto Maurizio Viani e costumi di Mela Dell’Erba. Applausi infiniti alla Sala Laudamo di Messina per i due eterei e poetici personaggi.
Gigi Giacobbe – Sipario

La poesia è ovunque ma non tutti possono vederla, diceva Garcia Lorca. E i poeti non salveranno il mondo perché, nonostante tutti li vogliono, nessuno se li prende. Necessari, come acqua alle radici. Radici umane. Perché dire del reale con bellezza è figurarlo in altre sembianze. Spostando l’attenzione verso il non-visibile, l’intimo o la naturalezza delle cose, il senso del bello altrimenti sfuggito a sguardi distratti o pragmatici.
Franco Scaldati è un poeta. Ci ha messo tanto per essere riconosciuto. Perché un poeta di questi tempi è un folle. E’ morto, a giugno di quest’anno, celebrato come si conviene per i più importanti esponenti del Teatro contemporaneo. Sapeva fare tutto, recitare, dirigere, scriverne, anche cucire i costumi – si appassionò a quel mondo garzone di bottega in una sartoria teatrale. I grandi questo mestiere lo conoscono a menadito, ‘sporcandosi le mani’ lontani dal nozionismo accademico o di copertina. Al contrario i ‘nani’, sono bravi ad autodefinirsi, sventolando titoletti e premiucci.
Enzo Vetrano e Stefano Randisi, siciliani anche loro, la poesia riescono a tradurla in parole teatrale e viceversa. Come qualsiasi altro materiale verbale passa attraverso la loro pregnanza dialettica. La dimestichezza con cui stanno in scena, suggella il patto tacito tra platea e palco. Osmosi.
Con semplicità e precisione attorale, zuccherata dal cenno mimico, ‘maniera’ di una certa scuola che ha influenzato e influenzerà il teatro per generazioni (De Bernardinis).
La schiettezza di partitura che in ‘Totò e Vicè’ fa onirica la parola di Scaldati. Verso reso evanescente dal gesto. Dell’evanescenza sognante, magica, si direbbe riferendosi all’alchimia del palco. La capacità di indurre ad una comprensione collettiva dalla materia umana. Specchiarsi. Ridefinirsi, riacquisirsi mediante la visione vivida.
In mezzo alla scena, leggermente rivolta vero la destra degli spettatori, una panchina adagiata e circondata da un disegno di luci, a terra, circolare. Lumini, somiglianti a lumi votivi. E nient’altro. Carne e ossa. Esperienza e calco interpretativo di chi riesce a fare arrivare la voce fra le pieghe delle tavole e recitare con naturalezza tale da confondere tra finzione e realtà. Talvolta sembra non comunichino tra loro pur dialogando, il duo trentennale, eludendo probabilmente l’orizzontalismo; in altri frammenti sostano in proscenio. Seduti. A parlare del nulla e di tutto. Dell’uomo, della vita della morte. Dissertando filosoficamente quasi.
Nell’impianto scenico, nessuna scena o quadro compiuto, piuttosto un susseguirsi circolare, come il cammino degli attori sulla scena, attorno alla panchina e per il perimetro delle luci, come circolare è il susseguirsi di giorni, temi, ricorrenze.
Valigia di cartone, stracci addosso, e i sogni interrotti in testa. Due clochard dell’anima Vetrano e Randisi. Perché l’anima stessa è viandante quando non racchiusa in qualcosa che faccia solo da involucro. E mendica poesia.
Emilio Nigro – Corriere Spettacolo

Diablogues
Attori, autori e registi teatrali, Enzo Vetrano e Stefano Randisi lavorano insieme dal 1976. Nel settembre del 2011 hanno vinto il premio Le Maschere del Teatro Italiano con lo spettacolo I Giganti della Montagna per la categoria Miglior spettacolo di prosa e nel 2010 hanno ricevuto il premio Hystrio-Anct per il loro lavoro tra ricerca e tradizione. Del 2007 è il premio ETI – Gli Olimpici del Teatro come miglior spettacolo per Le smanie per la villeggiatura di Carlo Goldoni, realizzato insieme a Elena Bucci e Marco Sgrosso.
Nel 1988 Vetrano e Randisi hanno ricevuto dal Sindaco Leoluca Orlando il premio Palermo per il Teatro e vent’anni dopo, nel luglio 2007, è stato loro consegnato il premio Imola per il Teatro, come riconoscimento alla loro carriera.
Vetrano e Randisi sono presenti nel Dizionario dello Spettacolo del Novecento edito nel 1998 da Baldini e Castoldi.
Col Teatro Daggide di Palermo, loro città d’origine, Vetrano e Randisi hanno condiviso l’esperienza formativa del teatro di gruppo, orientando la propria ricerca verso il teatro d’attore, l’improvvisazione e la drammaturgia collettiva. Dall’83 al 92 hanno formato una compagnia all’interno della Cooperativa Nuova Scena di Bologna, per la quale hanno scritto, diretto e interpretato numerosi spettacoli fra cui una trilogia dedicata alla Sicilia, e hanno partecipato a diversi lavori con Leo de Berardinis.
Nel 1995 hanno fondato l’Associazione Culturale Diablogues, che spazia da produzioni di spettacoli di ricerca teatrale e musicale alla didattica, da collaborazioni e consulenze artistiche alla progettazione e realizzazione di eventi teatrali unici in luoghi di particolare interesse artistico e culturale. Dal 2001 al 2012 Vetrano e Randisi sono stati fondatori e direttori artistici del Festival Acqua di terra/Terra di luna, il più importante avvenimento culturale della Vallata del Santerno.
Dal 1999 al 2003 una creativa e fruttuosa collaborazione con Le Belle Bandiere ha avviato uno studio su testi classici che ha fatto conoscere e apprezzare il lavoro di Vetrano e Randisi anche in circuiti di teatro più tradizionale, distinguendosi per la prospettiva originale che apre squarci su differenti visioni e dimensioni dei testi e degli autori affrontati: Il berretto a sonagli di Pirandello (1999) Anfitrione da Plauto, Molière, Kleist e Giraudoux (2000) Il mercante di Venezia (2001) e Le smanie per la villeggiatura di Goldoni (2003)
Successivamente hanno creato una nuova compagnia che ha realizzato un repertorio pirandelliano: L’uomo, la bestia e la virtù (2005), Pensaci, Giacomino! (2007) I Giganti della Montagna (2009) Fantasmi (2010) Trovarsi (2011). Recentemente hanno affrontato con risultati emozionanti anche la drammaturgia di Franco Scaldati, realizzando Totò e Vicé (2012), spettacolo con il quale vincono il Premio Annibale Ruccello nel 2014.
www.diablogues.it

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