6/12/14 BARBARA McCLINTOCK – IL GENE NON È UNA COSA

SABATO 6 DICEMBRE 2014 – ORE 21
TEATRO COMUNALE DI DOZZA
Via XX Settembre, 51 – Dozza (BO)
Rassegna PERSONAE – Percorsi Teatrali

L’aquila Signorina/Terzadecade

“BARBARA McCLINTOCK – IL GENE NON È UNA COSA”
testo, ricerche ed interpretazione: Barbara Bonora
elaborazioni audio-video: Gabriele Argazzi

Lo spettacolo ripercorre il pensiero e l’avventura scientifica della genetista americana Barbara McClintock (1902 – 1992).  In esso l’intervista filmata a una sua immaginaria biografa si alterna alla recitazione dal vivo, in cui l’attrice parla al pubblico utilizzando parti del discorso tenuto dalla scienziata a Stoccolma, nel 1983, in occasione della consegna del Premio Nobel.

Spartiacque del racconto è il simposio di Cold Spring Harbor del 1951, quando Barbara, ricercatrice affermata ma senza una posizione accademica, annunciò di aver osservato che certi pezzetti di cromosoma erano in grado di spostarsi da un luogo all’altro del genoma, attivando o disattivando i geni funzionali.
Le ragioni della fredda accoglienza riservata a questo risultato (rifiutato per più di due decenni al punto che la scienziata venne accusata di essere pazza), vengono approfondite nel testo alla luce del contrasto fra la citogenetica di cui McClintock era la regina e le innovazioni sperimentali dei biologi molecolari.

Gli stessi che scoprirono la struttura del DNA.
Rivelando la povertà concettuale della tendenza a lungo prevalente a interpretare il funzionamento del DNA come quello di un cieco software precaricato, l’inno di Barbara alle differenze richiama la nostra attenzione sul modo ancora in gran parte misterioso con cui il genoma dei singoli organismi è in grado di riplasmarsi per contrastare le condizioni ambientali più severe.  Per tentare, se ci riesce, di farli sopravvivere.

Il Premio Nobel per la Medicina e la Fisiologia consegnato nel 1983 a Barbara McClintock (1902 – 1992) fu l’ultimo dei riconoscimenti che, in pochi anni, sommersero l’allora ottantenne genetista statunitense, a lungo messa da parte dalla comunità scientifica e premiata per una scoperta, gli elementi mobili del genoma o ‘trasposoni’, da lei annunciata più di trent’anni prima.

Nella sua vicenda si manifestava con chiarezza una circostanza ricorrente nella storia della scienza, vale a dire il contrasto tra chi intende spiegare ciò che accade mediante leggi universali che regolano l’interazione fra componenti semplici e quanti si pongono l’obiettivo di definire ciò che Arthur Eddington chiamava ‘leggi secondarie’ e che pensano che la descrizione dei comportamenti elementari non sia sufficiente a farci comprendere un fenomeno globale.

Barbara McClintock fu di certo fra questi ultimi e lo fu in un campo e in un momento storico in cui il riduzionismo della genetica molecolare, incoraggiato dalle ricerche di Delbruck degli anni ’40 su virus e batteri, veniva premiato dalla scoperta del secolo: la definizione, nel 1953, della struttura del DNA.   In pochi anni, in ossequio al ‘dogma centrale’ imposto da Watson e Crick, si arrivò a sostenere che tutto era determinato dall’informazione genica, che lo sviluppo del fenotipo era una conseguenza scontata, che l’embriologia era una perdita di tempo, che quello che valeva per l’Escherichia Coli valeva anche per l’elefante! Ma anziché unirsi al coro, la McClintock scelse di smettere di pubblicare e continuò ad approfondire da sola le sue idee, così come negli anni ’30 aveva rifiutato, con la conseguenza di ottenere il primo impiego fisso alla bella età di 39 anni, un ruolo universitario ‘più adatto ad una donna’.

Ma quali erano queste idee?
Con ‘Barbara McClintock – Il gene non è una cosa’, scritto da Barbara Bonora e da lei stessa interpretato, Terzadecade/L’aquila Signorina cerca di offrire una risposta comprensibile a questa domanda, percorrendo la biografia scientifica di questa genetista alla luce della sua fascinazione per la singolarità e la differenza.

Per oltre 20 anni la dedizione di Barbara verso le delizie nascoste del suo campo di mais (che la fece vivere per mezzo secolo in una stanza della foresteria di Cold Spring Harbor, suo luogo di lavoro fin dal 1944) prese così la forma di un lavoro quotidiano svolto ‘per il puro piacere di farlo’, al punto che non si abituò mai, nemmeno dopo la riscoperta delle sue tesi nel corso degli anni ’70, all’interesse di chi voleva saperne di più della sua vita.   Sembrava incapace di ritenere che potesse avere qualcosa di speciale.
Questa circostanza, che si ritrova in tutte le testimonianze dirette, ci ha portati a concepire la spina dorsale di ‘Barbara McClintock – Il gene non è una cosa’ nella forma di una videointervista di fiction a un’immaginaria biografa della McClintock.  A lei è delegata la parte testuale che ripercorre le tappe salienti del percorso scientifico della genetista, a partire dallo spartiacque rappresentato dal Simposio del 1951, e le inserisce nel contesto dell’epoca, reso più vivo e presente da una doverosa ricognizione, quasi un microdocumentario, sulla scoperta della doppia elica (che contiene fra l’altro un eccezionale documento filmato in cui Watson e Crick discutono davanti a una birra per stabilire se la loro sia stata abilità o fortuna…) e sui portati profondi dell’assunzione ideologica che il processo biochimico che collegava DNA, RNA e proteine doveva essere unico e unidirezionale.
Il piano video, che scorre ininterrotto su grande schermo per l’intera durata dello spettacolo, cerca perciò in primo luogo, attraverso l’evidente emozione e agitazione dell’attrice che interpreta la biografa, di mostrare la sorpresa per un tesoro che viene ritrovato, il prendere forma di un punto di vista che si è confrontato a viso aperto con la varietà di forme e soluzioni mostrate dalla Natura.
Alla videointervista, la drammaturgia dello spettacolo alterna poi la lettura scenica dal vivo di alcuni brani in prima persona, che danno la parola alla stessa McClintock.  Questi testi sono stati in gran parte scritti partendo dalla sua Nobel Lecture e cercano di catturare la fierezza di una donna che, a 80 anni suonati, richiama tutti alla necessità, dopo l’accettazione del fenomeno dell’instabilità genetica, di un modo di avvicinarsi allo studio dei viventi che metta da parte ‘il nostro modo di pensare vecchia maniera’.
Affrontando la mimesi esclusivamente sul piano vocale e cercando per la scienziata una tonalità da anziana, Barbara Bonora segue il tenue filo emotivo dei ricordi di lei, sorretta dai tappeti musicali fatti di loops chitarristici e intermezzi di vibrafono disegnati al computer da Gabriele Argazzi (che ha anche curato l’intero editing delle immagini).   Il flusso di questo diario intimo, accompagnato da elaborazioni video che attingono al vasto patrimonio pubblico di foto di Barbara McClintock, viene innescato dalle parole pronunciate al banchetto del Nobel, procede toccando gli anni dedicati allo studio delle rotture cromosomiche presso l’Università del Missouri, attraversa la scoperta del complesso Ac/Ds (la ‘trasposizione’) e le riflessioni private sulle ragioni del proprio ostracismo, per approdare infine all’appello a raccogliere la sua eredità intellettuale, che conclude lo spettacolo.

L’aquila Signorina/Terzadecade nasce a Bologna nel 1994 come gruppo di ricerca e studio nell’ambito del teatro e della sperimentazione visiva ed è costituita legalmente come realtà associativa dal 1995.
La direzione artistica è affidata a Gabriele Argazzi e Barbara Bonora (classe 1968), entrambi registi, drammaturghi e attori.   Fino al 1999 il gruppo si dedica in modo esclusivo a creazioni destinate al circuito della sperimentazione teatrale (Ratni Zlocinac 1994 – On nomme Marcelle 1996 – Locus III 1997 – Dilaniato da nere cagne 1999 – Terzadecade Home Theatre 2001), venendo ospitato in numerosi festival storici (Santarcangelo dei Teatri fra tutti) e nelle rassegne italiane degli anni ’90 legate al fenomeno teatrale della cd. terza ondata (a Milano, Firenze, Roma). Nel 2000 Terzadecade/L’aquila Signorina prende in gestione la Ex-Chiesa di San Matteo a Molinella (un centro della bassa bolognese), mettendo a frutto l’esperienza organizzativa maturata con la co-direzione del Festival ‘Crisalide’ di Forlì nel triennio 1997-1999.  Nacque così ‘Colloqui con Y’, una stagione teatrale che conobbe quattro intensi programmi (fino al 2004).  Sotto la direzione artistica della Compagnia e approfittando della difficoltà che il tessuto culturale alternativo bolognese ebbe a soffrire con i mutamenti di indirizzo legati all’insediamento della prima amministrazione di centro-destra a Bologna, lo spazio molinellese ospitò molte delle proposte più valide del teatro e della danza di ricerca italiana, con numerose coproduzioni, anteprime e prime nazionali realizzate non solo con compagnie bolognesi (ZimmerFrei, EgumTeatro, Compagnia Laminarie, Compagnia Le Supplici, Compagnia Maurizio Saìu, Compagnia Agar, Leonardo Capuano).
Durante gli anni di questa residenza creativa la Compagnia produce inoltre diversi progetti teatrali creati per siti specifici (Dissipatio – 2000; Ecolux 2001 – Rattenpfanger 2002; Mondo Mente 2003) e video-documentari (Dormi e Cammina – 2003), in coproduzione con Enti Locali dell’area bolognese e ferrarese, lavorando in buona parte con giovani non professionisti.   Di queste esperienze di teatralità di base e di lavoro con il territorio, la Compagnia ha mantenuto e approfondito soprattutto il rapporto con le scuole; avviato con i consueti laboratori teatrali (tuttora attivi nell’ambito delle Scuole Primarie e Medie Inferiori) e specializzatosi in anni più recenti nella direzione della divulgazione filosofica e scientifica.
Il progetto ‘GIGANTI FRAGILI’, il repertorio di spettacoli e cinematografie attorno alle biografie di scienziati, rientra dal 2006 fra le attività culturali di interesse regionale della Regione Emilia Romagna, che insieme all’Assessorato alla Cultura della Provincia di Bologna ne riconosce le potenzialità per rilanciare l’interesse dei giovani verso la cultura scientifica.

http://terzadecade.it/

I commenti sono chiusi.