12 aprile: “Probabilmente …De Finetti”

Sabato 12 APRILE 2014 – ore 21
PERSONAE – Percorsi Teatrali
Compagnia Terzadecade/L’aquila Signorina

“PROBABILMENTE… DE FINETTI”

ricerche e regia: Barbara Bonora
testo e interpretazione: Gabriele Argazzi

Che tipo di strada seguiremmo se ci domandassero di elaborare una nostra valutazione su quello che ci riserva il futuro? Magari senza fare brutte figure. Potremmo forse estrapolare delle tendenze da certe fotografie del presente, costituite nei più vari ambiti (economia, sociologia, tecnologia, demografia, ecologia) e capaci di sorreggere la descrizione di un domani necessariamente non troppo lontano, visto che il quesito di partenza nasconde l’esigenza, molto umana, di sapere in che mondo ‘vivremo’ noi che ‘viviamo’ oggi (al più estendendo tale curiosità alla nostra progenie).

Di certo la regola aurea del nostro sforzo previsionale, che aspira a un ritratto ‘scientifico’ del futuro, sarà l’obiettività, l’adozione di un ‘metodo di previsione’, con dichiarata espulsione dalla cornice di speranze o variabili soggettive e guardandosi bene dai voli pindarici dell’immaginazione.

Questa prudenza porterà forse a un eccessivo realismo, rischiando di rendere il nostro modello niente più che un’ombra, non importa quanto distorta, di ciò che abbiamo davanti, ma sappiamo, a parziale consolazione, che potremo almeno propendere per un cauto ottimismo, se prevediamo che le cose andranno bene, o per un cauto pessimismo, se prevediamo il contrario. E la dignità sarà salva.

Facendo dell’ironia sulla nostra enfasi per il ‘metodo’ (come se la parola potesse mascherare il carattere personale della fiducia in certe premesse), il matematico Bruno de Finetti (Innsbruck 1906 – Roma 1985) osserverebbe però che la questione del futuro, la vera questione, non riguarda affatto la previsione, il «sapere come le cose andranno, come se andassero per conto loro». Visto così il futuro è come la probabilità oggettiva di Carnap o di Keynes, nel senso che «it does not exist», nel senso che l’incertezza non è una proprietà della realtà.   Bisogna invece «pensare che le cose andranno così come noi riusciremo a farle andare e che, pertanto, il problema è un problema di decisione, non di previsione».  L’atteggiamento che egli ci propone di adottare è quindi differente; la previsione serve al più «per valutare la maggiore o minore probabilità che attribuiamo a certe circostanze di cui tenere conto e ai possibili effetti di risposte che potremmo dare e […] bisogna soprattutto porsi il problema di come affrontare le situazioni future, cercare le risposte migliori e dedicare tutte le energie per applicarle» (in “Tavola rotonda sul Futuro” – “Civiltà delle macchine”; vol.3 – 1968).

“Probabilmente…de Finetti!”, lo spettacolo di Terzadecade/L’aquila Signorina, scritto da Barbara Bonora e Gabriele Argazzi e da quest’ultimo portato in scena in forma di narrazione biografico-scientifica, mira a rintracciare le origini e gli intrecci del pragmatismo e del relativismo di de Finetti.   Lo scopo è quello di mostrare al pubblico un paradigma filosofico e scientifico che indica il senso autentico dell’abitare il mondo in una disponibilità a fondere le proprie competenze e ad incrementare l’informazione disponibile, aumentando la profondità di ciò che, intersoggettivamente, viene considerato come ‘vero’. Il rapporto di Bruno de Finetti, con la Realtà, quella dura dei realisti, quella degli equilibri eterni e consolidati, assume le forme di un duello – iniziato in giovane età, come di solito accade ai geni matematici, durante gli anni ’20 del ‘900 – che si protrarrà per tutta la vita.  Instancabilmente, alternando l’impegno nel mondo del lavoro a quello di docente e ricercatore a Trieste, Padova e Roma, questo studioso italiano, fra i più importanti del ‘900 nell’ambito delle applicazioni del sapere matematico, annota nei suoi lavori le conseguenze negative di una scienza e di un modo di essere della società basato su certezze cristallizzate in verità assolute.   ‘Futuro’, per de Finetti, significa quindi uno scenario probabile, ma non scontato; nemmeno per quanto riguarda la sua capacità di continuare ad accogliere l’uomo.   Futuro è sfida, prima di tutto, e quando una società non sa più rispondere alle sue sfide è destinata a morire, come fu per la Roma Antica di Arnold Toynbee.

La sua proposta di una definizione soggettiva della probabilità, l’impegno a dare un senso a quel ‘fattore P’, che l’assiomatica di Kolmogorov lascia indeterminato e al quale i neopositivisti del Circolo di Vienna preferivano le frequenze limite ricavate da un numero molto grande di prove, nasce proprio da un progetto di mondo che si articola dall’estendersi all’intera società della pratica intellettuale di chiedersi sempre le cause dei mutamenti che si affacciano, lasciando spazio a un congetturare libero e laico.  E’ con un approccio che «fa pensare alla figura di un aritmetico politico del Settecento o di un esponente della matematica sociale» (come osservò Jimmy Savage, che fece dell’amico italiano un punto di riferimento mondiale negli studi sull’inferenza statistica) che Bruno de Finetti vuole liberarci dalle nostre soggezioni, insegnandoci ad utilizzare, quale puntello logico e psicologico dell’azione, quasi fosse il bastone dal quale la sua zoppìa gli impediva di separarsi, la semplice e potente idea della coerenza.  In matematica come nell’ordinario ragionamento; di cui la prima, diceva de Finetti, è solo un “prolungamento”.   Conoscere per fare, quindi, mai per descrivere o per fotografare l’esistente: la scienza è un’arte del creare ipotesi che si nutre continuamente di nuove esperienze ed affina la solidità delle sue previsioni (sempre e solo probabili) sulla base delle nuove informazioni disponibili.   Conoscere significa contribuire ad ampliare in prima persona la quantità e la qualità dell’informazione; significa responsabilità individuale.

Partendo dal necessario inquadramento biografico e matematico, “Probabilmente…de Finetti!”, passa in rassegna, alternando il racconto all’ascolto di testimonianze e alle suggestioni video tratte dalle opere dell’architetto Luigi Moretti (che gli fu intimo amico, nonché interprete della cosidetta “architettura parametrica”) l’intero spettro della critica di Bruno de Finetti alle sopravvivenze dogmatiche, che rendono rischioso riempirsi la bocca di una parola come ‘futuro’, come se questa si spiegasse da sé.   Mostreremo come nella teoria della probabilità, nell’economia, nell’educazione, nel diritto, de Finetti aggredisca il modo in cui siamo abituati ad estendere indefinitamente nel tempo l’operare di concetti e leggi adottate in passato, credendo che ciò che fu stabilito debba valere per sempre, come una legge naturale, in tutti i campi della vita umana: «[…] a Roma è venuta a mancare la libertà di camminare a piedi, di andare in bicicletta.  Io ho domandato a membri di commissioni che si interessavano del traffico, perché non si prendessero dei provvedimenti. Ma c’è questo timore reverenziale: anticamente era ovvio che ogni veicolo avesse diritto di circolare e parcheggiare gratis per tutte le strade e questo sembra che sia diventato un dogma, anche se questi veicoli rendono impossibile la circolazione.  […] Perché non si sbugiardano le autorità colpevoli di connivenza di fronte alla pretesa di considerare intangibile il ‘diritto’ di proprietà di certe aree ?   Se queste una volta erano pascolo delle pecore e oggi sono state raggiunte dall’estendersi di un nucleo urbano, perché devono dare agli antichi proprietari un guadagno?» (in “Tavola rotonda sul Futuro” op.cit.).

E sia che si sforzi per sgretolare il “tragico sofisma” del mercato che si regola da sé (avanzando il principio che debba essere la comunità a fissare gli obiettivi da raggiungere, parlando senza mezzi termini di Utopia), sia che accolga la contestazione del ‘68 («…ero preoccupato e scoraggiato finchè la rivolta non c’era, temendo che i giovani si comportassero come pecoroni, subendo passivamente le storture più umilianti»), sia che vada all’attacco dei formalismi della burocrazia, del valore legale della laurea o del modo in cui la matematica viene ridotta a ricettario dai programmi scolastici, de Finetti sottolinea l’importanza, riguardo all’idea di Futuro, «[…] del ‘pensare’ in termini di futuro, di abituarsi a precorrere il futuro (forse anche dell’abituarsi ad avere familiarità con la fantascienza intelligente).  In gran misura il gap tecnologico consiste in “gap immaginativo”.  Chi vive in un mondo di pensiero classico o medievale o ottocentesco è disadatto a vivere nel presente, e, peggio ancora, a partecipare attivamente al progresso e all’affermarsi del futuro.» (“Riflessioni sul Futuro” in “Civiltà delle macchine”; vol.3 – 1968).

Rispetto a quest’ultima osservazione, la drammaturgia di “Probabilmente… de Finetti!” si regge per intero sullo sforzo di illustrare l’intento riformatore di Bruno de Finetti, il sogno di riuscire ad insegnare agli italiani (allora come ora, machiavellici, conformisti e attendisti) a pensare.   Partendo, perché no, dall’irriverenza di Galileo: «[…] ‘se tu vorrai fare un animale cinquanta volte più grande non dovrai ingrandire cinquanta volte le ossa e lo scheletro, ma dovrai mutare materiale e studiare un’altra casa completamente diversa, altrimenti farai un mostro di fantasia come ci presenta il nostro amico Ariosto’.  Ora, nel mondo attuale, le dimensioni sono enormemente mutate, […] ma noi seguitiamo a adoperare concetti e logica, nella vita empirica della nostra comunità globale, vecchi di settanta e più anni, per non dire di secoli, salvo rare eccezioni. […] La dimensione eccezionale del nostro mondo empirico non deve portare a una formazione della conoscenza del tutto nuova?  Come possiamo avere catene logiche che concludano con certezze, come un buon antico sillogismo ?.» (in Atti del convegno “Tecnologia e problema ecologico”; Roma 1972)

L’aquila Signorina/Terzadecade nasce a Bologna nel 1994 come gruppo di ricerca e studio nell’ambito del teatro e della sperimentazione visiva ed è costituita legalmente come realtà associativa dal 1995. La direzione artistica è affidata a Gabriele Argazzi e Barbara Bonora (classe 1968), entrambi registi, drammaturghi e attori.   Fino al 1999 il gruppo si dedica in modo esclusivo a creazioni destinate al circuito della sperimentazione teatrale (Ratni Zlocinac 1994 – On nomme Marcelle 1996 – Locus III 1997 – Dilaniato da nere cagne 1999 – Terzadecade Home Theatre 2001), venendo ospitato in numerosi festival storici (Santarcangelo dei Teatri fra tutti) e nelle rassegne italiane degli anni ’90 legate al fenomeno teatrale della cd. terza ondata (a Milano, Firenze, Roma). Nel 2000 Terzadecade/L’aquila Signorina prende in gestione la Ex-Chiesa di San Matteo a Molinella (un centro della bassa bolognese), mettendo a frutto l’esperienza organizzativa maturata con la co-direzione del Festival ‘Crisalide’ di Forlì nel triennio 1997-1999.  Nacque così ‘Colloqui con Y’, una stagione teatrale che conobbe quattro intensi programmi (fino al 2004).  Sotto la direzione artistica della Compagnia e approfittando della difficoltà che il tessuto culturale alternativo bolognese ebbe a soffrire con i mutamenti di indirizzo legati all’insediamento della prima amministrazione di centro-destra a Bologna, lo spazio molinellese ospitò molte delle proposte più valide del teatro e della danza di ricerca italiana, con numerose coproduzioni, anteprime e prime nazionali realizzate non solo con compagnie bolognesi (ZimmerFrei, EgumTeatro, Compagnia Laminarie, Compagnia Le Supplici, Compagnia Maurizio Saìu, Compagnia Agar, Leonardo Capuano). Durante gli anni di questa residenza creativa la Compagnia produce inoltre diversi progetti teatrali creati per siti specifici (Dissipatio – 2000; Ecolux 2001 – Rattenpfanger 2002; Mondo Mente 2003) e video-documentari (Dormi e Cammina – 2003), in coproduzione con Enti Locali dell’area bolognese e ferrarese, lavorando in buona parte con giovani non professionisti.   Di queste esperienze di teatralità di base e di lavoro con il territorio, la Compagnia ha mantenuto e approfondito soprattutto il rapporto con le scuole; avviato con i consueti laboratori teatrali (tuttora attivi nell’ambito delle Scuole Primarie e Medie Inferiori) e specializzatosi in anni più recenti nella direzione della divulgazione filosofica e scientifica. Il progetto ‘GIGANTI FRAGILI’, il repertorio di spettacoli e cinematografie attorno alle biografie di scienziati, rientra dal 2006 fra le attività culturali di interesse regionale della Regione Emilia Romagna, che insieme all’Assessorato alla Cultura della Provincia di Bologna ne riconosce le potenzialità per rilanciare l’interesse dei giovani verso la cultura scientifica.

http://terzadecade.it/

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